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Autopsia delle eroine


L’eroina di oggi non ha un nome preciso, la chiameremo con un termine inglese che va di moda e fa tendenza: “cross-dresser” o “cross-dressing” che letteralmente si traduce in “vestire in maniera opposta” ed è totalmente indipendente dall’orientamento sessuale.

In ogni epoca, latitudine e religione, il travestimento femminile ha permesso alle eroine il sogno della libertà per poter svolgere azioni particolarmente difficili se compiute da una donna. Donne che si sono abbigliate da marinaio, da frate, da soldato, che si sono fatte passare per dottore, re, esploratore, bandito, semplicemente per navigare, viaggiare, combattere, studiare, scoprire con la speranza di potersi affrancare dal maschilismo sempre imperante. Non è che sia cambiato molto nemmeno oggi a dire il vero, basta leggere la cronaca, interpretare le leggi, fare una ricerca sulle quote rosa o le pari opportunità, valicare i nostri confini.

L’elenco delle nostre eroine è infinito, probabilmente arricchito di fantasia e leggende popolari. Una lunga cavalcata tra storia, letteratura, arte: tutte figure di rilevante importanza, figuriamoci quante altre non compaiono ma hanno sostenuto in silenzio la propria battaglia.


Le donne che si travestono da uomini non sono solo archetipi mitologici. Già nel II millennio avanti Cristo, la regina Hascepsut, di cui ora pare si sia ritrovata e identificata la mummia, fu la prima donna sul trono d’Egitto, non solo, ella indossò anche l’abito dei Faraoni maschi, una prova di coraggio incredibile.

Eleonora di Aquitania, nata nel 1122, moglie di Luigi VII re di Francia indossava impunemente l’armatura di crociato e il suo ingresso a Costantinopoli, con tutte le donne del seguito, fu descritto così dallo storico bizantino Niceta Coniate: «V’erano fra loro numerose donne che cavalcavano come gli uomini, vestite con costumi mascolini, con lance e armi, spudoratamente a cavalcioni su cavalli».

La regina Cristina di Svezia, nata nel 1626, fuori da ogni schema, intellettuale coltissima, che conversava correntemente in latino sin da piccola e oltre allo svedese, sua lingua madre, parlava perfettamente anche francese, italiano, tedesco, spagnolo, greco, oltre ad avere una conoscenza basica di ebreo e arabo. Bruttina (ma non è un difetto) e lesbica dichiarata, scandalizzò il mondo con i suoi atteggiamenti mascolini. Il viaggiatore inglese Edward Browne in una lettera del 1665 scrisse: «È piccola, grassa e un po’ storta; di solito indossa una giacca viola, la cravatta larga e una parrucca da uomo; è sempre allegra, ha un atteggiamento libero». Rinunciò al trono per ripugnanza verso il matrimonio e per potersi convertire al cattolicesimo, prima luterana della storia, mantenendo comunque i privilegi da sovrana.

Questi, però, erano privilegi da regine, in qualche modo libere di esprimere la loro sessualità, per le donne comuni la via era irta di difficoltà. Da uno scritto di Michel De Montaigne si apprende che nell’anno 1580, nel distretto della Marna, sette o otto donne si erano segretamente accordate per vestirsi e vivere da uomini. Una di loro, scoperta dopo molti anni, fu impiccata «con l’accusa di avere, con mezzi illeciti, ovviato ai difetti del suo sesso».

L’avversione della Chiesa per il travestitismo è manifesta anche nella leggenda medievale della Papessa Giovanna: una inglese che per seguire il suo amore si travestì da uomo ed entrò a far parte della curia romana e, in seguito, avrebbe regnato sulla Chiesa col nome di Giovanni VIII (L’Inglese) dall’853 all’855. Venne smascherata quando, colta dalle doglie, partorì nel bel mezzo di una processione, uccisa poi dalla folla inferocita dei fedeli. Resta il dubbio si si tratti veramente di leggenda oppure che la vicenda non sia stata manipolata o discriminata ad arte: espulsa dalla storia, la papessa ha continuato a vivere nelle polemiche anticattoliche e nella letteratura anticlericale dei secoli successivi.

Ma, in altri casi, la santità, come la regalità, ammette l’androginia: alla leggenda della Papessa Giovanna, si contrappone quella di santa Wilgefortis che, per conservare la sua verginità, pregò Gesù di farle crescere la barba e che, per questo, fu crocefissa. In Italia era conosciuta e venerata come Santa Liberata. Nel Martirologio Romano, libro liturgico che costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le celebrazioni religiose, le venne dedicato un giorno di festa, il 20 luglio. Fu ricordata come vergine e martire, col nome di santa Liberta, fino al 1969, anno in cui il Concilio Vaticano II ne soppresse il culto e rimosse il suo nome dal libro dei santi.

Al di fuori della leggenda, tutti conoscono la virginale mascolinità di Giovanna D’Arco. La pulzella di Orléans sta peraltro al crocevia tra l’androginia della santa e quella della guerriera.

La celebre Martha Jane Cannary, alias Calamity Jane, fu un maschiaccio che visse da bandito del West, alla quale, in Italia, si può forse accostare Beppa la Cannoniera, che militò come Camicia rossa al seguito di Garibaldi.

Oggi le cross-dresser sembrano non fare più scandalo. Portare i pantaloni è diventato un modo di rivendicare la propria emancipazione, sicuramente a partire da Amantine (o Amandine) Aurore Lucile Dupin, meglio conosciuta come George Sand, che si fece maschio anche nel nome. Per altri versi, la civiltà dello spettacolo, se da un lato esaltava le pin-up alla Marilyn Monroe, dall’altro lasciava spazio ai modelli di una seduzione volutamente ambigua, come Greta Garbo che, in quanto lesbica, è testimone anche di un’omosessualità sempre più glamour.


Ma in realtà oggi, da Platinette a Vladimir Luxuria, è l’uomo vestito da donna che piace, anche alle famiglie.

E allora, questa volta, voglio dedicare l’Autopsia agli Anti-Eroi(ni) maschi della storia che si sono travestiti da donna, visto che per molti si è trattato di fuga dalle responsabilità, di punizione divina (bella scusa), o, molto più spesso, espressione di viltà. Questo me li rende decisamente più antipatici delle nostre eroine piene di attributi, pur se ammetto e accetto l’identità di genere.

Per questo prenderò ad emblema quel Pelide Achille dell’ira funesta, eroe e protagonista incontrastato dell’Iliade, bello, vigoroso, dalla capigliatura fulva e splendente come raggio di sole, figura emblematica del coraggio. Achille era un semidio della mitologia greca, figlio di Peleo (da cui deriva il patronimico Pelide) e della nereide Teti, soprannominato anche Piè veloce per svariati motivi, primo fra tutti la leggenda che la madre lo avrebbe reso invulnerabile immergendolo tre volte nelle acque del fiume Stige, senza rendersi conto che, sorreggendolo per un tallone, lo avrebbe reso vulnerabile proprio in quel punto alla freccia di Paride che concretizzò la profezia di morte del valoroso eroe.

La parte meno gloriosa della storia del nostro eroe è dovuta sempre alle decisioni di Teti: sapendo che il figlio sarebbe morto se fosse andato ad espugnare Troia, lo fece vestire da donna e lo affidò al re Licomede che lo fece vivere tra le sue figlie vergini. Il travestimento durò nove anni, periodo in cui Achille, oltre a innamorarsi di una delle vergini, divenne alla fine anche padre dopo un rapporto intimo in cui cedette alla virilità. Naturalmente, a ribaltare le sorti intervenne il sempre presente odisseo Ulisse, mai una volta che si facesse gli affari propri, il quale, travestito da mercante portò doni alle dame della corte includendo nella scelta armi e corazza militare, alle quali Achille non seppe resistere e si smascherò all’istante.

Ma a questo punto dobbiamo fare i conti con le abitudini sessuali dell’antica Grecia, che avevano fatto dell’omosessualità un’istituzione riconosciuta e addirittura regolamentata ed è nota come “amor greco”.

Parliamo naturalmente di Achille e Patroclo, compagni d’armi uniti da un tenero legame. La storia del loro amore non ci viene esplicitamente riportata ma, tra le righe, se ne legge la profondità affettiva. Patroclo dovrebbe essere più anziano di Achille e quindi rivestire il compito di “Erastes” (traducibile come "amante" il lemma identificava l'uomo adulto che aveva una relazione con un adolescente di sesso maschile, che per legge doveva avere più di 12 anni) ed ovviamente l’Acheo ha il compito di “Eromenos” (traducibile con “amato” indicava un adolescente che aveva una relazione d'amore con un uomo adulto). A seguito soprattutto della pubblicazione dell'opera di Kenneth Dover intitolata L'omosessualità nella Grecia antica nel 1978 i due termini di erastès ed eròmenos sono divenute le parole standard per definire i due ruoli della relazione pederastica. Entrambe derivano dal verbo ἐράω erào col significato di amare (da cui discende pure il nome del dio Eros). Travestirsi da donna, per Achille, in fondo non era stato un problema.


Bruna Cicala (febbraio 2020 - Tutti i diritti riservati©)





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