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Fotografia e scrittura, le storie negli occhi degli altri

Di Lucia Accoto


Sembra strano, ho messo in fila le emozioni senza rompere le righe. Anzi, le ho allineate su carta. Le ho scritte tralasciando qualsiasi regola. Tutto è venuto d’istinto osservando delle foto in rete. Delle belle foto, di quelle che parlano, che dicono tante cose, che raccontano storie. E ho capito che questo mi appartiene, mio malgrado. Sono andata avanti guardando. Su Facebook ho pescato respiri, sguardi, malinconia, negli scatti di gente che non fa il fotografo di professione, ma che ha l’amore negli occhi, la sensibilità nella mente. Gente che ha occhio e cuore. Fotografi che avvertono che quell’attimo è cosa loro, che hanno occhi trasparenti, grandi dentro, che hanno l’obiettivo della grammatica delle emozioni. Allora, non ce l’ho fatta a resistere, a stare ferma, zitta. Ho dovuto scrivere non per capriccio di un pensiero balordo. No. Nelle mie dita è scivolato un teatro continuo di sensazioni, di stati d’animo che dovevano uscire in ordine. Perché tenerli sconosciuti, aggrovigliati dentro, significava perdere il profumo dell’amore, della vita, della bellezza. Così è diventata scrittura corrente la mia, unita agli scatti di Michele Piccinno, Ari Saracino o di Paolo Insalata (Paul Salad) per citarne alcuni. Loro, insieme ad altri, denudano i contorni, cancellano il superfluo, raccolgono il tempo e fermano le parole che convincono con un flash. E anche quella è scrittura. Un modo diverso di parlare, di tenere un segreto, di fabbricare vive impressioni. Insomma, ho sentito che non c’era speranza per me. Dovevo lastricare gli attimi che passano e resistono negli istanti di uno scatto. Nessuna certezza mi assicura a ciò che riescono a vedere veramente, a sentire mentre fotografano. Immagini e scrittura, frutto di un rapimento d’ispirazione. Ognuno intuisce come meglio sente, i fotografi da una parte ed io dall’altra. Le emozioni si sono incuneate tra me e loro, separatamente, in temi diversi, in maniera taciturna. Scrittura e foto. A cosa mi è servito osservare? A sfiorare le storie negli sguardi degli altri. A sentire la caligine delle stelle, la vampa di ciò che non è mai perduto, lontano, senza tempo. Ho trovato questo nella fotografia, nei racconti di luce, di filtri, di trasparenze, dove niente svanisce.




Michele Piccinno: Restami accanto e guardami. Saziami dei tuoi abbracci. Il sole è entrato nella mia giovinezza. Non essere vuoto, l'impronta visibile sulla sabbia. Guardami e comanda le parole. Ho occhi che vagano tra lastre di pietra. Assomigli al vento, ai fogli. Non essere mai ombra. Restami accanto e guardami.





Ari Saracino: Passava tra gli ulivi schierati in ranghi. Le foglie per terra erano disertori ai piedi del rispetto. Su quella via, dove nemmeno il vento rispondeva al silenzio, camminava sollevando polvere. La terra la teneva in pugno. Resisteva alla fornace del mezzogiorno ed alla stanchezza per lasciare lo sguardo lungo quella quiete che imponeva il risveglio. Mi viene da pensare che solo i dannati vagano così, senza compagnia. Forse, perché conoscono la solitudine.






Paolo Insalata: I ricordi sono come i treni: vanno e vengono, tornano e ripartono. Si fermano. C'è sempre un momento preciso in cui ti accorgi di essere invecchiata. Non per i raggrinzimenti del viso. A quelli, si fa l'abitudine. Almeno, così si pensa. È quando i ricordi cominciano ad aspettarti. Precisi, taglienti, felici. Si ritraggono, anche. E ti lasciano lì.


Lucia Accoto, giornalista (Dicembre 2016 - Tutti i diritti riservati©)




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